Giorgio Bormida
Giorgio Bormida (Cengio, 1969) è un artista visivo la cui ricerca si concentra sulla fotografia come spazio di riflessione poetica e percettiva. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti “G.B. Cignaroli” di Verona, dove si diploma in Scenografia nel 1994, intraprende un percorso professionale che lo porta a lavorare come scenografo realizzatore presso il Teatro Carlo Felice di Genova. L’esperienza teatrale — fatta di costruzione di ambienti, luci, attese e atmosfere — segnerà profondamente il suo linguaggio visivo, orientato non alla registrazione del reale, ma alla creazione di immagini come luoghi interiori.
La fotografia diviene per Bormida un mezzo espressivo capace di oltrepassare il documento e trasformarsi in immagine mentale. Le sue opere presentano una forte dimensione scenica: spazi sospesi, figure e oggetti che sembrano emergere da una memoria profonda, composizioni che alternano nitidezza e velature per evocare tempo, assenza, tracce. La sua produzione si caratterizza per una costruzione accurata della luce e per un uso raffinato della sovrapposizione e della stratificazione simbolica, attraverso cui l’immagine assume una qualità quasi pittorica.
Il valore evocativo di questo linguaggio è stato messo in evidenza dal critico e artista Renzo Margonari, che ha riconosciuto nel lavoro di Bormida una dimensione visionaria. Le sue fotografie, scrive Margonari, sono «visioni emozionanti, allarmanti, indefinite come ricordi confusi di sogni, la cui consistenza è confermata dall’oggettiva fermezza fotografica». Margonari osserva inoltre come le immagini dell’artista nascano dalla sovrapposizione di “veli trasparenti che fluttuano filtrando sensazioni”, generando un’unica visione complessa, nella quale si stratificano memorie, presenze e allusioni. Da tale processo emergono, secondo il critico, “emozioni indirette”: il riaffiorare di sogni, paure e percezioni profonde, restituite attraverso un linguaggio fotografico che si comporta come un palcoscenico mentale, dove “azioni o pensieri” assumono consistenza visiva.
Nell’opera di Bormida convivono così rigore tecnico e sensibilità narrativa, indagine psicologica e attenzione per la dimensione teatrale dell’immagine. Le sue fotografie sono luoghi di transito, frammenti di un realismo filtrato dall’immaginazione, spazi dove la realtà si trasforma in evocazione. La memoria — individuale e collettiva — diventa materia di una ricerca che interroga il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che ricordiamo, tra presenza e perdita, tra immagine e risonanza interiore.
Il suo linguaggio visivo unisce precisione tecnica e tensione spirituale, facendo dialogare pittura, scenografia e fotografia in una sorta di teatro dell’anima. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali.