Svetlana Ostapovici

Nel nome del Metallo e della Natura

Intervista di Viviana Siviero | tratta da Espoarte #71

Basta un pensiero e l’immagine viene da sé. Svetlana Ostapovici, artista di origini moldave, naturalizzata in Italia da oltre dieci anni, ci regala un corpus di lavori del tutto giocato sulle riflessioni in nome della Natura, affrontando temi profondi ed importanti, con una semplicità che li rende geniali. La Ostapovici è uno degli artisti scelti da Martina Cavallarin per Round the Clock, evento collaterale alla prossima Biennale di Venezia. Di estrazione musiva, si è spostata ormai nel mondo della fotografia e dell’installazione: il suo terzo occhio registra paesaggi il cui centro focale è individuato in cumuli di rottami, lamiere compresse ed altri scarti del faticoso vivere quotidiano, restituiti nel momento in cui vengono archiviati per essere dimenticati. È proprio da questa assenza che emerge l’esistenza dell’uomo e la sua ingombrante presenza. Ostapovici, affronta, attraverso il suo obiettivo, la difficile strada della ritrattistica, focalizzando la sua attenzione sul paesaggio interpretato, al quale affidare un messaggio importante e salvifico. È come se i rottami venissero paragonati a cattedrali architettoniche, inquadrati in maniera da rendere giustizia alle magnifiche prospettive e skyline che vengono a crearsi. Accartocciamenti e sovrapposizioni generano forme che si relazionano così a quel mondo bellissimo da preservare che ci è dato abitare, fatto di cielo, terra e tanto altro e di cui l’umanità altro non è se non uno dei tanti passeggeri. Con abile fotoritocco, l’artista inserisce statue e altre preziosità estetiche, per invitarci a vedere che si tratta di una sorta di città avveniristica, suggerendo a chi osserva, un percorso piacevole da compiere in mezzo a quello che normalmente viene guardato con avversione o addirittura ignorato: il mondo fatto di ciò che è stato usato ed abusato, servito e gettato senza cura.

Ostapovici però non pone la propria attenzione sulla malinconia scaturita dall’oggetto abbandonato che perde la propria funzione: questo è inevitabile una volta che il suo ruolo si è esaurito. La riflessione di Ostapovici è più alta: l’oggetto scartato viene preso in considerazione in quanto tale e non emotivamente in funzione a ciò che non è più: lo scarto viene trattato come tale, è il suo giaciglio futuro che si modifica in bellezza per mostrarsi al mondo come un luogo da rispettare e da continuare a generare, con l’ipotesi “bizzarra” ed affettuosa che possa divenire un luogo così piacevole da frequentare. L’artista chiede di porsi in ascolto, affinché ci si ricordi che i nostri rifiuti non cessano di esistere nel momento in cui ce ne liberiamo. Le montagne di scarti creano dei Grand Canyon delle meraviglie, delle catene montuose contemporanee, che invece di essere fatti di sedimenti naturali, si costituiscono di ciò che è impossibile da smaltire naturalmente. L’intento di Ostapovici è quello di farci ragionare, mostrandoci l’ipotetica piacevolezza di una situazione che non possiamo vedere, per invitarci finalmente ad osservare con maggiore sensibilità: per questo è sufficiente spostare lo sguardo sulle “cose altre” che ci circondano…

Viviana Siviero: Realizzi una fotografia “pulita” e nitida in cui la scenografia d’ambientazione viene ripresa così da vicino da diventare protagonista tanto nei pieni quanto nei vuoti lasciati fra le masse. Come ti definiresti attraverso la tua arte?
Svetlana Ostapovici:
Non voglio cambiare la realtà, cerco soltanto un “modo di vedere” da un’angolazione diversa.

Cosa muove la tua sensibilità a livello di ispirazione? Che cosa ti permette l’arte e cosa significa per te? In che modo la “utilizzi” per parlare al mondo del mondo?
Vengo dal mondo del mosaico in quanto ho sempre sentito la necessità di lavorare la materia, oggi oltre alla fotografia realizzo installazioni. Ho bisogno di trasferire in ogni mia opera, che sia foto, video o installazione, ciò che sento. Vorrei far capire a tutti quanto è importante rispettare la natura perché solo rispettandola avremo qualche possibilità di sopravvivenza. Non sono un’oratrice né tanto meno una scrittrice, il mio contatto verso gli altri sono le mie opere; se vengono apprezzate e condivise me ne compiaccio, se sono criticate cerco di analizzarmi meglio per migliorare. Tutto ciò serve a capire se stessi: è il punto di partenza.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, sembrano affermare le tue dissertazioni fotografiche attraverso la scelta dell’inquadratura: come descriveresti il tuo modo di essere ecologista? Come nasce un tuo lavoro?
Non possiamo continuare a consumare le risorse della Terra, per sopravvivere; una delle condizioni è riciclare tutto ciò che usiamo e buttiamo. Fino ad oggi queste aree adibite a raccolta di materiale riciclabile sono state viste come luoghi malsani da disprezzare, perché? Perché non cercare le cose positive, perché non vedere questi cumuli di rottami come montagne dolomitiche o grandi canyon. Perché non visitare questi luoghi come vie o piazze delle nostre città con monumenti, fontane e statue? Ci sarebbe molto da imparare. Ecco, basta pensare e l’immagine viene da sola.

Una definizione molto bella scritta su di te da Martina Cavallarin afferma che la tua opera è fondata su una ricerca artistico-documentaristica degli effetti provocati dall’uomo sulla natura, senza la vocazione del patteggiamento e pareggiamento tra ideologi e realtà ma mediante un’immersione riflessiva che vuole raggiungere la discrepanza fra i comportamenti e dare voce a grida soffocate. Cosa pensi di ottenere realizzando i tuoi lavori e a quale tipo di necessità personale rispondi attraverso la pratica della tua poetica?
Le mie opere rispecchiano una delle nostre realtà. Interpretano la vita con positività, con la speranza di trovare un equilibrio fra progresso e rispetto della natura; sono un messaggio per prendere coscienza e responsabilità sul nostro presente per il nostro futuro. Noto che c’è un grande interesse sull’argomento, convegni, fiere e persino concorsi sul tema dell’ecologia, significa, quindi, che tanti hanno le mie stesse idee, ciò mi rende felice.

Cosa porterai a Venezia?
A Venezia porterò una installazione ispirata ad una mia fotografia: un Buddha sdraiato ai piedi di una montagna di lattine usate. È un mio invito a sdraiarsi come il Buddha e a riflettere sulla nostra vita e sul destino del mondo. In fondo è il concept della mostra.

Qual è a tuo modo di vedere, la tua opera più riuscita fino ad oggi?
Istintivamente sarei propensa a dire l’ultima realizzata, in quanto si pensa sempre che l’ultima sia la migliore, ma pensandoci bene direi Come sarà il nostro passato?. È la foto di una mia installazione fatta nel 2010 per il Premio Terna 03. È una tomba, dove la lastra tombale è costituita da un pannello fotovoltaico, tale pannello alimenta il lumino vicino alla croce. C’è una realtà… ma con un filo sottile di speranza.

Progetti per il futuro: a cosa stai lavorando in questo momento
Proseguendo con il progetto “metal recycling” sto creando alcuni nuovi scenari in bianco e nero, perché mi danno delle sensazioni nuove, più forti. Sono in fase di ultimazione di una installazione fotografica con inserimenti video per una mostra per De Faveri Arte, presso LAB610XL di Sovramonte (BL). Nella seconda metà dell’anno e nel 2012 ritornerò a Berlino e poi Londra e Parigi.

Dall’alto:
“Iron canyon”, 2009, lambda su alluminio e plexiglas, cm 93,5×125. Courtesy Svetlana Ostapovici
“Metal recycling 16″, 2010, lambda su allumino e plexiglas. Courtesy Romberg artecontemporanea

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