Aron Demetz

Il volto umano della scultura

Intervista di Silvia Conta | tratta da Espoarte #71

Figlio della tradizione della Val Gardena, Aron Demetz, dall’anno scorso docente presso l’Accademia di Carrara, si è imposto come scultore noto a livello internazionale. Demetz è uno di quegli artisti che, nato in seno ad una tradizione dalle caratteristiche nette e profonde, ha saputo individuare e percorrere una via personale e originale, affrancandosi progressivamente da un virtuosismo di maniera per aprire la propria ricerca al dialogo con l’uomo contemporaneo, traducendone nella materia la necessità di una riflessione su se stesso e sul proprio rapporto con il suo tempo. La poetica di Demetz si esprime attraverso l’indagine della figura umana mediante sculture a dimensione quasi reale, a cui si affianca una ricerca – a tratti preponderante – sui materiali: grande protagonista è il legno, che l’artista pone in relazione con componenti molto differenti. Qualche anno fa ci sono stati il colore e la foglia d’argento, più recentemente la resina vegetale – i cui esiti erano al Padiglione Italia della 53. Biennale di Venezia (2009) – la combustione parziale delle figure e, in ultimo, il laser. Dalle opere in cui permane la fisicità dell’atto scultoreo, a partire dalla sbozzatura dei tronchi, Demetz è approdato, infatti, nelle istanze più recenti, alla combustione e all’introduzione della tecnologia come modalità operativa in una riflessione sempre più serrata sul fare artistico, sull’abilità tecnica e sull’artista come creatore. Un percorso, questo, presentato nella personale dell’artista alla Galleria Goethe di Bolzano e di cui abbiamo parlato con Demetz nel suo studio di Ortisei.

Silvia Conta: Lavori quasi esclusivamente sulla figura umana, perché questa scelta?
Aron Demetz: La figurazione oggi costituisce una sfida: nella mia ricerca è un modo per credere ancora nell’uomo, nella persona e nelle sue potenzialità positive. Di fatto attraverso la rappresentazione della figura umana parlo dell’anima. Trovo che esprimere un concetto o dare un messaggio attraverso la figura sia una sfida ancora affascinante e attuale. In precedenza i miei lavori appartenevano ad una sfera più rivolta all’interiorità e alla narrazione, ora la mia attenzione si è spostata sulle potenzialità presenti nei materiali e nel loro uso.

Il materiale con cui lavori maggiormente è il legno, ma negli anni ti sei confrontato anche con altri. Ci puoi parlare di questo aspetto della tua sperimentazione?
Il legno è quello che sento più vicino: si tratta di una materia viva con la quale sono riuscito a trovare molteplici vie di interazione. Ho lavorato anche con vetroresina, pietra, bronzo, argento, altri materiali e continuo a sperimentare. Uno dei materiali più interessanti con cui ho lavorato è la resina naturale: è un elemento che da anni raccolgo nei boschi delle zone in cui vivo, il reperimento è un processo molto lungo. Applicarla alle mie sculture – come quelle presenti alla scorsa edizione della Biennale di Venezia – corrisponde ad una trasfigurazione mediante una materia che è prodotta dal legno stesso, ma utilizzata in modo da conferire un peso e una valenza diversi proprio all’incontro tra i due elementi.

La tecnica della combustione può essere avvicinata a quella dell’uso del laser in direzione di un progressivo – anche se relativo – arretramento dell’intervento dell’artista?
Le mie combustioni sono un lavoro sul tempo, che richiede un’azione molto precisa da parte dell’artista e determina quanto bruciare una parte, anche se, ovviamente, la reazione del legno e il lavoro del fuoco sfuggono al suo controllo. Si tratta di una metamorfosi in cui nonostante il cambiamento rimane la forma, emerge soprattutto la fragilità dai toni molto tragici, ma pur sempre legati alla vita. Per quanto riguarda l’utilizzo del laser entrano in gioco componenti differenti: benché il modello provenga dal vero, c’è una volontaria rinuncia alla manualità che porta nel cuore del dibattito sul rapporto tra arte e tecnologia, tra arte e abilità manuale nonché intervento diretto dell’artista. Lasciare gli errori, seppur minimi, commessi dalla macchina, e inserire particolari a posteriori rispetto al lavoro del laser – dei funghi, in questo caso, quale simbolo – riportano la scultura alla sua dimensione di elemento vivo ed immerso nel tempo, come l’uomo. Si tratta di una riflessione sul rapporto tra l’arte e il tempo da cui proviene e in cui è immersa.

In alto a sinistra:
“Pholiota denunziants”, 2011, legno di acero e silicone, cm 200. Courtesy Galleria Goethe. Photocredit Dario Lasagni
“Senza titolo”, particolare, 2010, legno di noce e resina di pino, cm 185. Courtesy Galleria Goethe. Photocredit  Dario Lasagni

In basso:
“Tragodie der Eindeutigkeit”, in progress, 2011, legno di sequoia carbonizzato, cm 100x80x50. Courtesy Galleria goethe. Photocredit Egon Dejori

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